Analisi territoriale

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Progetto Archeo Gallura: Studio delle relazioni spaziali tra i siti di periodo nuragico, medievale e le chiese campestri. Analisi territoriale nella Sub regione Gallura (Sardegna) (Autori: Angius Vittorio, Antona Angela, Pinna Fabio, Puggioni Sara). 14a Conferenza Italiana Utenti Esri - Live poster

Analisi spaziale e dinamiche di insediamento territoriale

Con l’analisi territoriale si è cercato di tracciare una linea comune che facesse da filo conduttore tra il periodo protostorico e quello storico e spiegasse, in qualche modo, la continuità di frequentazione ed uso del territorio in un’area della Sardegna, la Gallura, che presenta delle peculiarità morfologiche e geologiche tali da definire una dinamica di insediamento molto particolare e articolata. La Sardegna negli ultimi milioni di anni, nello specifico dal periodo Oligo-miocenico, ha subito tutta una serie di trasformazioni che hanno strutturato l’antichissimo batolite Sardo-Corso (308 mln anni), fagliandolo e fratturandolo in modo tale da creare una serie di micro-ambienti naturali, micro-valli e alture, che si sono impostate e definite secondo dinamiche geomorfologiche ben precise. Le principali faglie presenti nell’area indagata seguono un percorso con direzione NE-SW, con lievi variazioni (faglie associate) a seconda della petrografia e geodinamica delle rocce interessate. Su tali sistemi si sono chiaramente impostati i principali corsi d’acqua (rii), influenzando così le dinamiche di insediamento già dal periodo nuragico. Analizzando le direzioni di faglia e considerando che l’accumulo d’acqua segue le depressioni naturali create dalla geomorfologia e dalla dinamica di tettonica, è possibile osservare che i siti venivano costruiti in alture, e non in aree di pianura, bordando le quali sfruttavano al meglio la possibilità di utilizzare le risorse naturali, mediante tecniche di coltivazione, allevamento e raccolta. Analizzando la posizione dei siti nuragici in relazione alla direzione delle faglie, delle valli e delle creste associate, è evidente un naturale allineamento che segue la morfologia del territorio in maniera puntuale e precisa. Inoltre è chiaro che i siti indagati sono in stretta relazione con le aree occupate dalle diverse tipologie di suolo (dati riferiti al 1990), come ad indicare che il loro uso, in qualche modo, si sia mantenuto tale nel corso dei secoli e dei millenni. Questo fatto non deve meravigliare poiché gli spazi a disposizione per le attività agricole sono rimasti pressoché gli stessi. Vi è una forte continuità di utilizzo degli spazi abitativi che si manifesta dal periodo nuragico ai giorni nostri. Purtroppo i dati relativi alla presenza dei villaggi medievali sono molto scarsi e sono riferiti all’indagine bibliografica (Panedda – Il Giudicato di Gallura), tranne che per alcuni siti indagati come il Palazzo di Baldu e il Castello di Balaiana. I dati analizzati comunque mettono sempre in stretta relazione le chiese sia con le ville medievali che con i villaggi di periodo nuragico. Dove è presente una chiesa campestre è molto probabile ritrovare reperti di superficie di periodo medievale, o strutture di incerta definizione. Con l’analisi delle distanze, evidenziata dai buffer sulle chiese, la maggior parte dei siti medievali ricade all’interno della fascia dei 500 metri (73,91%), mentre quelli di periodo nuragico, tutti rilevati con Gps, sono compresi nell’area di buffer dei 1500 metri (72,72%).

Dal Neolitico al periodo Nuragico

La frequentazione del territorio gallurese, evidente a partire dal Neolitico Antico come testimoniano le tracce relative a stazioni e officine di lavorazione dell’ossidiana e della selce sarde prossime al litorale, si consolida durante il Neolitico Medio e Recente con la presenza di insediamenti stabili nella forma di villaggi di capanne (Pilastru, Arzachena) o sotto roccia (Mont’Incapiddatu, Arzachena) e, in particolare, con l’affermarsi di moduli funerari peculiari prima (necropoli a circoli di Li Muri, Arzachena – Tardo Neolitico Medio), e di più ampia diffusione territoriale dopo (dolmen del territorio di Luras – Neolitico Recente). Le culture neolitiche galluresi sono associate a comunità stanziali a vocazione economica agro-pastorale, cui si affianca l’esercizio di traffici commerciali legati alla lavorazione e circolazione, in territorio peninsulare (Liguria, Toscana) e continentale (Francia meridionale) per tramite della Corsica, di materie prime quali ossidiana e selce, utilizzate per la fabbricazione di armi e utensili. Le scelte insediative, per tale ragione, si concentrano sul litorale (ripari sotto roccia e stazioni all’aperto) così come nell’entroterra, preferendo in questo caso basse o medie altitudini e la prossimità ad aree economiche produttive in ragione dello sfruttamento delle risorse del territorio. Rispetto all’età del Bronzo, tuttavia, l’area produttiva di pertinenza delle comunità neolitiche appare meno definita e significativamente meno controllata, suggerendo un uso del territorio e delle risorse ancora non centralizzato né sistematicamente strutturato nel quale, accanto alla stanzialità degli abitati, si associano pratiche economiche non del tutto sedentarie (transumanza). Sono soprattutto gli edifici funerari (dolmen in particolare) a definire l’appartenenza al territorio da parte di una comunità e a segnare, probabilmente, i limiti dell’area abitata e utilizzata in ragione delle sue risorse. Con l’età del Bronzo e l’affermarsi in modo capillare in tutta l’isola dei canoni socio-economici e politico-culturali della civiltà nuragica, si assiste in Gallura alla diffusione di un sistema insediativo articolato e razionale, fondato sull’esistenza di unità territoriali di varia estensione costituite da un insieme di nuraghi e di edifici di tipo civile, funerario e sacro che concorrono, ciascuno in funzione delle proprie caratteristiche specifiche, al controllo del territorio, allo sfruttamento delle risorse, alla formazione di nuclei abitativi più o meno estesi e gerarchicamente dipendenti, alla pratica di rituali funerari e sacri utili all’affermazione socio-politica della comunità. Nell’ubicazione degli abitati si prediligono zone di media altitudine e la vicinanza ad aree pascolative e a estensioni di terra adatte alle colture agricole. I nuraghi, edifici strategici legati al controllo del territorio e punti di riferimento politico-economici delle comunità nuragiche, sono costruiti quasi sempre in posizione di rialzo rispetto al territorio circostante, con ampia visibilità da e verso la struttura, su differenti fasce di altitudine in funzione della specifica funzione che assolvono nell’ambito della stessa unità territoriale. La presenza di un sistema insediativo in un certo senso gerarchizzato sembra evidente nella differente estensione, tipologia e funzione delle singole unità insediative: quelle che assolvono ad una funzione primaria - politica ed economica – nell’ambito dell’unità territoriale si distinguono per complessità strutturale e architettonica, per l’articolazione del villaggio in zone abitative e produttive, per l’afferenza a edifici di spicco di tipo politico (capanne delle riunioni), rituale (capanne delle riunioni, tombe di giganti e pozzi sacri) e funerario (tombe di giganti).

Il periodo Medievale e le chiese

La disomogeneità delle componenti geografiche e la tettonica permettono di percepire la Sardegna come un insieme di realtà geoantropiche distinte, a partire da sub-regioni fisicamente definite (Terrosu Asole 1982, p. 29). Tra queste, come a più riprese è stato sottolineato dagli studiosi, l’ampia area della Gallura, nella porzione nord-orientale dell’isola, presenta una serie di specificità, fisiche, ambientali e culturali, che rendono possibile riconoscerle una particolarità tra le diverse sub-regioni sarde (Papurello 2001). La posizione, esposta ai contatti con la vicina Corsica e con le coste tirreniche della penisola italiana, ne ha influenzato le vicende fin dalla preistoria, contribuendo alla percezione di una specifica identità del territorio, ancor oggi avvertita (Brandanu 2001). In una situazione di debolezza della presenza nell’isola del potere dell’impero bizantino – di cui l’isola era parte dal VI secolo – nella quale si inserì dall’VIII secolo una sequenza di incursioni verso la Sardegna, provenienti dai territori costieri del Mediterraneo sottoposti al controllo arabo-islamico, si sviluppò nell’area nord-orientale dell’isola il giudicato di Gallura, una delle quattro entità statuali in cui la Sardegna appare suddivisa al termine di un processo di affrancamento dal potere centrale, sui cui tempi e modalità ancora aperto il dibattito tra gli studiosi. Al territorio, che ha attualmente conservato la denominazione di Gallura (compreso, nella quasi totalità, nella provincia di Olbia-Tempio) e corrispondente alla diocesi medievale di Civita (Turtas 2004) nel Medioevo risulta collegata dal punto di vista politico-istituzionale la porzione della provincia di Nuoro che corrisponde alla regione storico-ambientale oggi conosciuta con il nome di Baronie, che nel pieno Medioevo costituì una parte del giudicato gallurese importante per estensione territoriale e coincidente, dal punto di vista dell’articolazione ecclesiale, con la diocesi di Galtellì (Marcello 1983) – e rilevante dal punto di vista economico (Artizzu 1966; Zedda 2003, pp. 149-288). Tra i quattro giudicati sardi, che sono attestati come realtà certamente attive nell’XI secolo, quello di Gallura è stato considerato dalla storiografia il meno rilevante sul piano economico e istituzionale e non ha conosciuto, tranne qualche eccezione (Giagheddu 1919, Zedda 2006a), studi storici ad esso dedicati, che ne abbiano approfondito i caratteri o ne abbiano assunto il punto di vista nell’ambito delle vicende dell’isola e dei rapporti mediterranei. Contributi più generali che hanno considerato, in modo più o meno diretto, l’assetto di tale territorio nel corso del Medioevo, portano a lamentare una carenza di fonti scritte per un’area che – secondo l’opinione condivisa dagli studiosi (Angius 1840, pp. 70-90; Day 1973, pp. 123-136) – nel periodo compreso tra la fine del Medioevo e la prima età moderna avrebbe subito, in misura considerevole, l’abbandono dei numerosi insediamenti rurali attestati per l’età precedente; al fenomeno si fa riferimento, fin dal XVI secolo, nell’opera di Giovanni Francesco Fara (Cadoni 1992; Milanese, Campus 2006); è un fatto che ampie aree della Sardegna nord-orientale restano prive di insediamenti stabili dall’inizio dell’età moderna fino all’affermazione della caratteristica forma di habitat disperso basata sugli stazzi, la cui origine viene attribuita a successive ondate di colonizzazione del territorio, con apporti di popolazione dalla Corsica, a partire dal XVII secolo (Le Lannou 1979, pp. 217-225). Risale agli anni Settanta del XX secolo l’unica opera di insieme sugli insediamenti medievali nel giudicato di Gallura (Panedda 1978); Dionigi Panedda, a partire dai primi anni Cinquanta, aveva pubblicato vari studi storico-archeologici sull’area di Olbia (Id. 1953, 1954) e su altre località del territorio (Panedda, Pittorru 1989; Panedda 1991), in cui, accanto a testimonianze più antiche, aveva considerato anche i resti paleocristiani e medievali. Nel suo volume dedicato all’assetto insediativo della Gallura medievale lo studioso propone una puntuale localizzazione dei centri scomparsi, a partire dalla scarna documentazione disponibile. Le maggiori informazioni gli sono fornite da un registro fiscale (Bofarull 1856), fatto redigere nel 1358, dopo la conquista dell’isola da parte dalla Corona d’Aragona, sulla base di dati derivati dalla precedente amministrazione del giudicato; Panedda, mettendo in relazione le indicazioni del documento con osservazioni topografiche e linguistiche, disegna in modo circostanziato i confini dell’entità statuale e propone una delimitazione dei singoli distretti, chiamati curatorias, all’interno dei quali posiziona i villaggi documentati, accogliendo o confutando precedenti proposte, segnalando e descrivendo l’esistenza di resti di superficie imputabili alla presenza di un insediamento scomparso. Di fondamentale importanza sono stati i dati forniti dalla fitta rete di chiese campestri, spesso testimoni di un villaggio medievale scomparso.

Panorama da Punta Scarracciana - Luogosanto Ansa di vaso (ziro) di periodo nuragico Capanna delle riunioni di periodo nuragico - Villaggio delle tre cime (Luogosanto) Il Palazzo di Baldu - Luogosanto Chiesa romanica di San Leonardo

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